racconti: La piccola Elena e il presidente Napolitano
Postato dafrancesco il Friday, 15 December @ W. Europe Standard Time
_CONTRIBUTEDBY francesco
Da quando sono arrivato, Elena non ha mai smesso di piangere. E' poco più che una bambina, fuggita ancora in fasce dalle macerie del suo villaggio in colpito dai cacciabombardieri umanitari. Non piange perchè non gli hanno comprato il gelato o la bambola, ma piange per le lacrime agli occhi della mamma, le imprecazioni del suo babbo, non ha ancora compreso bene quel che stà accadendo ma capisce che è qualcosa di molto brutto e triste. Le sue poche cose, i suoi vestitini, i suoi giocattoli sono ammassati in un angolo del cortile invaso ormai da decine di poliziotti.
Sono le 6 del mattino, mi squilla il cellulare ahimè sempre acceso anche di notte, perchè i guai non vanno mai a dormire: è alfonsino, inizia a parlare...sgombero...sfratto...., ancora mezzo intontito capisco poco e nulla, gli chiedo solo un inidirizzo. Via Giolitti 212. dieci minuti e sono lì. Lo sgombero è ormai quasi terminato, ma a occhio nudo si comprede lontano un miglio quali sono i due contendenti: da una parte il principio della legalità unidirezionale (tranne Previti e Ricucci, per carità), dall'altro il principio dell'umanità universale, e anche questa volta il primo è riuscito a schiacciare con l'uso della forza il secondo. C'è ormai poco da fare, non hanno più una casa, non sanno dove andare, piangono e si disperano ma forse non sanno che la situazione può ancora peggiorare: è così, con i compagni di Action radunatisi all'esterno ora bisogna far in modo di evitargli il supplizio della carcerazione amministrativa, il calvario della detenzione dietro le sbarre e la deportazione forzata per un solo e banale inghippo burocratico: mi piazzo davanti al pullman per non farli partire, chiediamo rassicurazioni. Cerco di accarezzare la piccola Elena, di distrarla con una smorfia o un sorriso, ma non riesce mai a smettere di piangere: povera bambina; la casa dove è nata è stata bombardata, quella dove è cresciuta è stata sgomberata e ora chissà sotto quale ponte stanotte cercherà di riposare. Alla fine della mediazione con la polizia, alcuni attivisti antirazzisti ottengono il permesso di accompagnare le famiglie sgomberate in questura. Io invece, in ritardo colossale, corro alla camera per votare. C'è una gran folla in transatlantico, oltre ai deputati ci sono una marea di senatori, grandi elettori, giornalisti, faccendieri: mi sembrano tutti dei marziani. Discutono del loro mondo, di quel pianeta così distante anni luce dalla nostra Terra, inciuci e indiscrezioni la fanno da padrona, tra papabili ministri e potenziali presidenti, e poi quel vestire così impeccabile che accomuna tutti lor signor: ma qui forse il marziano sono io, mi vien da pensare. Cammino a testa bassa, dribblando gli sguardi e i capannelli, c'è aria di soddisfazione tra i banchi della maggioranza, oggi eleggiamo il Presidente. Io non so che dire, malgrado sia il tema centrale delle discussioni, io ancora non riesco a cogliere la differenza tra D'Alema e Napolitano, mi dicono che son troppo giovane per ricordare le gesta di Giorgio Napolitano, ma il mio ultimo esame all'università è stato Storia contemporanea, solo che non avrei mai creduto che ancora nel 2006 la politica italiana girasse attorno agli Andreotti e ai Napolitano. E poi non è vero, io il suo nome lo ricordo, sui cartelli e gli striscioni che per anni abbiamo preparato per contestare quella Turco-NAPOLITANO che istituì i Centri di Detenzione per i migranti e che ha aperto poi la strada al razzismo sfacciato e legiferato nella famigerata Bossi-Fini. Ma ora bisogna pensare non al passato ma al domani, mi consigliano in tanti. Ed io proprio del domani vorrei parlare. Ma il domani del pianeta Terra, degli sfrattati, dei licenziati, dei precari, dei rifugiati, non il domani di D'alema o Napolitano. Il domani degli esclusi, non dei privilegiati. Il domani di Elena, perchè il suo pianto fa molto più rumore nel mio cuore di qualsiasi fragoroso applauso al nuovo presidente.
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