Benvenuto su ALTROSUD - il blog di Francesco Caruso


newsletter
Per ricevere per mail le news del sito, clicca qui.

Modules
· Home
· Archivio Storico
· invia una news
· lascia un messaggio
· Registrati al sito

Categories Menu
· Tutte le Categorie
· atti parlamentari
· comunicati
· documenti
· iniziative
· racconti
· Rassegna stampa

Argomenti
Repressione

carcere

Diritti sociali

Migranti

Casa

Antifascismo

Precarietà

Ambiente/beni comuni

Antiproibizionismo

Zapinternazionalismo


I racconti
Il pianto di Elena

Una notte nel CPT

Da Secondigliano a Porto Alegre
tratto da "Maledetta
Globalizzazione" di f.caruso(Carocci ed.)

 
zapatismo e internazionalismo racconti: Da Lacedonia a Porto Alegre passando per Secondigliano
Postato dafrancesco il Friday, 15 December @ W. Europe Standard Time
_CONTRIBUTEDBY francesco

Nel meridione l’autostrada Napoli-Bari è  uno dei pochi assi viari di collegamento tra la costa adriatica e la costa tirrenica, ma fino a trent’anni fa, questa autostrada non esisteva, o meglio finiva a Candela sul versante pugliese e ad Avellino per quel che riguarda il versante tirrenico.

In pratica restava un buco di un centinaio di chilometri da percorrere lungo il tortuoso percorso della statale 7, il cui tracciato ripercorre tuttora il percorso individuato duemila anni fa dai romani: è la via Traiana, una variante dell’Appia Antica, costruita dall’imperatore Traiano per mettere in comunicazione Roma con i porti d’Oriente e utilizzata da sempre da guerrieri e viandanti, automobili e cavalli, corriere e mercanti.



Ma alla logica e alla "ragionevolezza" geografica che ha guidato le genti per millenni attraverso la valle Caudina prima e le valli dell’Ofanto poi , si sostituisce nel dopoguerra il clientelismo della democrazia cristiana e dell’allora ministro Sullo che impone ai tecnici del ministero di riscrivere un inedito tracciato del tutto insensato e aberrante, pur di far passare l’autostrada nelle vicinanze del suo collegio elettorale di Avellino.

Malgrado il tracciato assurdo, con il completamento dell’autostrada viene inaugurato non solo un

collegamento veloce tra le polpose pianure del casertano e del foggiano, ma i nuovi svincoli autostradali tra Avellino e Candela sarebbero diventati, secondo i baroni della democrazia cristiana, una porta d’ingresso alla modernità per alcuni paesi dell’osso duro dell’entroterra appenninico.

Ma non è un casello autostradale che ti cambia la vita e infatti basta attraversare ancor oggi quel tratto autostradale che tocca alcune zone dell’Irpinia, del Sannio, del Fortore, della Daunia, per cogliere a occhio nudo il carattere desolato e desolante di quel territorio.

Prima dell’ultimo grande esodo dettato dalla fame e dalla miseria, prima delle valige di cartone dell’ondata migratoria degli anni sessanta, le genti dell’osso hanno tentato ancora una volta di costruire e percorrere non l’autostrada del progresso asfaltato, ma la strada della giustizia e del riscatto sociale. E’ finita come non doveva andare a finire.

All’altezza del chilometro 106 della Napoli-Bari, nel bel mezzo di una grande vallata, hanno costruito lo svincolo autostradale di Lacedonia.

L’hanno costruito proprio sopra quelle terre e quei campi che hanno fatto non da cornice ma da protagonista di uno degli svincoli più importanti della storia di quelle terre.

Siamo in località Chiancarelle e le migliaia di ettari che vediamo intorno a noi sono quasi sempre terre incolte e abbandonate. Se si escludono alcuni immensi campi coltivati a cereali, il resto del paesaggio è brullo, non c’è un solo albero, il letto del fiume Calaggio quasi sempre asciutto, la presenza umana è quasi inesistente, solo pochi casolari, mentre arroccato sul cucuzzolo della collina domina la vallata il paese di Lacedonia.

Proprio dalla piazza principale del paese, all’alba del 5 marzo 1950, centinaia di contadini e braccianti si radunarono per scendere a Chiancarelle per dissodare e coltivare quelle terre incolte.

Ognuno aveva la sua zappa, il suo arnese di lavoro, ma soprattutto la determinazione nel cercare un sistema per sfamare la propria famiglia.

Quel sistema da decenni, da secoli, era esattamente sotto gli occhi di tutti ogni mattina quando si aprivano le finestre in paese: erano le terre di Rosario Zampaglione, l’ex podestà di Calitri diventato poi un rispettato notabile della democrazia cristiana, gli sconfinati appezzamenti di Rocco Rossi, di Vincenzo Gambone, migliaia di ettari che le famiglie dei nobili latifondisti avevano ereditato da una storia fondata su privilegi e oppressione e che lasciavano marcire nel più totale abbandono, dediti come erano a moltiplicare le loro ricchezze attraverso ben più redditizi investimenti.

I giorni seguenti, il 6, il 7, l’8, il 9 marzo, i braccianti scesero tutte le mattine all’alba a Chiancarelle, per tornare su in paese solo con l’imbrunire della sera.

Dopo la prima settimana di intenso lavoro, dopo il fiume di sudore versato nel tentativo di far rivivere quelle terre, alla fine giù a valle trovarono non il pane ma i carabinieri.

In quegli anni, nel meridione furono decine i braccianti uccisi durante gli scioperi e le occupazioni di terre a Cerignola, a Melissa, a Gravina di Puglia, a Torre Maggiore, a Crotone, a Cascina, Mussomeli, Bitonto, Venosa, Battipaglia, Avola.

A Chiancarelle fortunatamente fecero "solo" cariche e arresti indiscriminati, alla fine quasi una dozzina degli attivisti più esposti del movimento contadino finirono in carcere per diversi mesi.

Tra loro anche Saverio, che insieme a Tonino e i vecchi compagni di Lacedonia ancora non si stancano di raccontare alle nuove generazioni le lotte che li hanno visti protagonisti.

Ora, dopo tutti questi anni, quel patrimonio di capitale sociale, quel vento di giustizia e riscatto sociale si è disperso nei meandri della modernità: malgrado le percentuali bulgare del PCI prima e di Rifondazione Comunista poi, Lacedonia non è la Selva Lacandona , è ormai piuttosto un paese in via d’estinzione, la popolazione è dimezzata, i giovani fuggono al nord o all’estero in cerca di un lavoro e di un futuro.

Più che gli svincoli autostradali, sono questi svincoli della storia che determinano il futuro di un territorio.

Dopo il decreto Gullo e l’occupazione delle terre arrivò la riforma agraria che però intaccò solo parzialmente gli interessi della borghesia fondiaria nel sud e così, dopo cinquant’anni da quel formidabile ciclo di lotte contadine, quelle terre sono ancora in mano ai Zampaglione, ai Rossi, ai Gambone.

Mi è capitato spesso, dopo le lunghe serate a tavola con i vecchi compagni di Lacedonia, organizzate da Don Vitaliano con cadenza quasi mensile, di sognare di ritrovarmi nel bel mezzo di quelle mobilitazioni contadine. Poi un giorno, quel sogno è diventato realtà.

La mia macchina del tempo si chiama "Ferillas", è il nome della ditta che ci ha noleggiato un pullman sgangherato che da Porto Alegre ci conduce, dopo oltre tre ore di viaggio, nella tenuta di Ocomino, nel profondo sud brasiliano.

Qui, da circa sei anni, alcune centinaia di attivisti del movimento dei sem terra, hanno piantato le tende, e dopo le tende hanno iniziato a costruire le case, e dopo le case han costruito l’asilo-nido, la scuola, e poi ancora l’ambulatorio medico, il centro culturale.

E’ festa grande nell’insediamento per l’arrivo degli ospiti stranieri, ma ai banchetti e ai balli, preferisco il silenzioso passeggiare nella campagna aperta, sterminata, infinita che ci circonda tutt’intorno.

Per chi, come me, è cresciuto nei movimenti urbani, nelle città e nelle metropoli governate dal trambusto e dal caos, ci si mette veramente poco ad innamorarsi della quiete rurale, a sognare di vivere e lottare immersi e in sintonia con questa natura così incontaminata e affascinante.

La mia strada, il mio cammino, la lotta per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, finisce qui: lo ripeto ossessivamente tra me e me, se solo fossi meno codardo e più intraprendente, pianterei anch’io la mia tenda qui, arrivederci e grazie all’Italia e a Berlusconi.

Ma forse è ancora troppo presto per una scelta così drastica e radicale. O forse è troppo tardi.

Cammino lungo una mulattiera, una linea retta che taglia in due un immenso campo di mais, malgrado il terreno sia assolutamente pianeggiante, il sentiero si disperde all’orizzonte, diritto verso l’infinito.

Più cammino, più il sentiero si allunga, l’orizzonte si allontana, più o meno come la storia del movimento, la costruzione di un "altro mondo possibile": le nostre utopie sono un cammino senza mai una meta finale, un eterno camminare domandando che servono però a camminare, appunto ad andare avanti.

E’ arrivato il momento di fermare il mio cammino,o quantomeno cambiare strada: in verità più che strada significherebbe cambiare continente, cerco di immaginare la mia nuova vita, almeno un anno, un paio di mesi. Boh, poi vediamo, rispondo a me stesso sapendo di mentire, sapendo benissimo che stasera riprenderò il pullman sgangherato della Ferillas e dopodomani l’aereo per Malpensa.

Chissà, forse un domani…

Un puntino all’orizzonte si avvicina, diventa sempre più grande, "Hola compagneros", è un vecchietto di tarda età che, in sella a un mulo affaticato, torna dai campi.

La domanda che mi rivolge è alquanto ovvia, come mi chiamo e da dove vengo, ma è la sua risposta che mi lascia alquanto stupito: "mi chiamo Marcelo e sono Italiano".

No, non ci posso credere!, in mezzo a queste campagne sperdute del Rio Grande do Sul, chi mi capita di incontrare? Un italiano….

"C’è poco da meravigliarsi, qui più della metà di noi siamo di origini italiane, quasi tutti veneti, i nostri nonni sono partiti all’inizio del secolo alla ricerca di terra, pane e lavoro", mi risponde in un maccheronico italiano.

Come non pensare ai contadini di Lacedonia, come non pensare alla violenza di un emigrazione forzata e imposta dalla fame e dalla miseria, ai treni della speranza che dal meridione partivano cinquant’anni fa diretti proprio in quelle regioni del nord Italia dalle quali, altri cinquant’anni prima, salpavano i nostri nonni per l’America, con il biglietto di sola andata? E come non pensare alle carrette del mare degli immigrati che sbarcano proprio sulle nostre coste del meridione? Come non pensare ai nostri lager, i cosiddetti Centri di Detenzione Temporanea sparsi per l’Italia, così simili a Ellis Island, l’isola dietro la Statua della Libertà, dove venivano controllati o rinchiusi gli emigrati italiani che sbarcavano a New York per il timore che portassero malattie infettive?

E’ questa la strana storia delle migrazioni di questo secolo, una storia strana perchè trasforma le stazioni di partenza in stazioni d’arrivo, ma è una storia che va avanti da secoli e andrà avanti per millenni e che mai nessuna frontiera, filo spinato e centro di detenzione potrà mai fermare.

Come nessuno potrà mai fermare le occupazioni delle terre in questo Brasile così vasto geograficamente come vaste e immense sono le disuguaglianze sociali che caratterizzano la sua popolazione.

"Ma dove porta questa mulattiera?" chiedo incuriosito dalla sua infinita linearità, "Ma dove vuoi che porti? dovunque e da nessuna parte".

Il mulo riprende il suo cammino, mi fermo un istante a scrutare l’orizzonte poi mi giro e lo rincorro.

"Lo sai che al villaggio hanno organizzato una festa?" domando per approcciare un discorso.

"Le feste sono il nostro vivere sociale, la festa della semina, la festa del raccolto, l’anniversario di qualcosa, il compleanno di qualcuno, troviamo sempre qualcosa da festeggiare.

E a noi ci piace festeggiare. Domenica poi ci sarà la festa delle feste. Sono 10 anni dal nostro insediamento, dall’occupazione di queste terre. Era il 12 febbraio del 1993.

Alle tre di notte siamo scesi dagli autocarri, trecento famiglie, in meno di due ore abbiamo alzato le tende e le baracche, scavato le latrine, spianato il terreno, alzato i recinti per gli animali, all’alba eravamo già con le zappe in mano a dissodare queste terre abbandonate e incolte. Dovevi vedere la faccia di Don Franco, quando arrivò il pomeriggio e ci trovò nei campi a lavorare". Ma chi è Don Franco?

"E’ il padre-padrone di tutto e tutti in questa zona. Possiede qualcosa come migliaia di ettari di terra, migliaia di capi di bestiame, un latifondo grande quanto la provincia di Vicenza.

Io, mio padre, i miei zii, i miei fratelli abbiamo fatto per una vita gli schiavi al suo servizio, poi il 12 febbraio 1993 ci siamo ribellati. Un’azione legittima quella dell’occupazione di terre incolte, prevista dalla costituzione e dalla riforma agraria, ma tuttavia abbiamo subito tre tentativi di sgombero da parte della polizia federale nella nostra prima settimana di occupazione, poi Don Franco ha mandato i suoi sgherri, di notte, hanno assassinato Fernando, uno dei nostri compagni, colpevole soltanto di difendere la sua casa e la sua famiglia".

Tre sgomberi in una settimana, mi viene in mente l’occupazione del centro sociale, il macello occupato. Il paragone non regge, qui la cosa è seria, per certi versi drammatica, eppure mi viene spontaneo raccontare al vecchio Marcelo la vicenda del Macello: "Anche a noi per tre volte la polizia ci ha sbattuto fuori da uno stabile fatiscente e abbandonato che volevamo adibire a spazio sociale per l’aggregazione giovanile e culturale, ma chiaramente non c’è paragone".

"Qui in Brasile quel che ci manca è proprio la terra. Da voi, nelle metropoli del ricco occidente, quel che manca, il bene scarso, è la socialità. Come vedi, la lotta è la stessa, i metodi identici, uguali gli ideali e le aspirazioni, siamo artefici dello stesso cammino".

No, non regge il paragone, voi siete 350.000 sem terra in Brasile, noi solo poche migliaia di occupanti di centri sociali.

Eppure per tutto il lento cammino del ritorno, al passo di mulo, non fa altro che convincermi di questo assurdo paragone tra due percorsi di lotta così distanti dal punto di vista geografico e non solo.

"Per capire se la terra è fertile, devi scavare, andare oltre la superficie", non fa altro che ripetermi in continuazione questo semplice e banale luogo comune della cultura contadina ogni qualvolta cerco di controbattergli spiegando che "si, ma in Italia le cose sono completamente diverse".

Eppure mostra una conoscenza dell’ esperienza dei centri sociali autogestiti in Italia a dir poco stupefacente: Marcelo è un contadino con i capelli bianchi, lavora 10 ore al giorno nei campi di mais del sud del Brasile a 20.000 chilometri da Napoli, eppure conosce tutto di noi.

"Nei centri sociali non ci sono tessere, quote d’iscrizione, formulari da compilare, ma l’unico modo per aderire è partecipare attivamente all’occupazione". Si, effettivamente, rispondo io.

"Rifiutate il concetto di delega, il verticismo, le decisioni vengono assunte in modo collettivo e orizzontale, non ci sono leader o comitati centrali, ma discussioni anche interminabili per trovare un consenso unanime, per decidere il da farsi, per dividersi i compiti". Si, è esattamente così.

"A partire dai rapporti di forza che si riescono a costruire, alcuni centri sociali sono riusciti ad avere un riconoscimento di legittimità finanche dalle istituzioni, per cui ora possono sedimentare con più tranquillità il loro lavoro quotidiano in quanto non sono più sotto minaccia di sgombero".

Si, è vero.

"Combattete ogni giorno contro l’arroganza dei potenti, dei detentori del potere, contro i rigurgiti fascisti, ma anche contro le forme subdole di prevaricazione che si insinuano nel movimento, come il sessismo, il razzismo, il maschilismo". Si

"I momenti più difficili sono quando bisogna resistere contro gli sgomberi e gli attacchi delle forze dell’ordine, ma in quel momento tutti i centri sociali mettono da parte le mille sfumature e differenze per la difesa unitaria degli spazi sociali".

Si, ma adesso basta. "Mi devi spiegare assolutamente come fai a sapere tutti questi dettagli, come conosci le forme e i percorsi di lotta dei centri sociali occupati autogestiti in Italia?

Marcelo alza gli occhi al cielo, quasi stupito del fatto che io non abbia compreso ancora il "trucco".

"Caro Francisco, quel che ti stò raccontando e descrivendo, non sono le tue forme e i tuoi percorsi di lotta, sono le nostre forme e i nostri percorsi di lotta. Non parlavo del movimento dei centri sociali autogestiti in Italia, ma del Movimento dei Sem Terra in Brasile: "voi occupate le aree dismesse delle metropoli, noi le aree dismesse dei latifondi, ma la vostra lotta è la nostra lotta".

Mi racconta delle continue provocazioni e della repressione montante, dei processi e delle carcerazioni ingiuste, degli sgomberi violenti, delle oltre 30.000 famiglie buttate in mezzo a una strada in questi anni. Mi racconta dell’impunità delle violenze poliziesche, allorquando raramente si arriva al processo, ancor meno al giudizio e quasi mai alla condanna.

Il mio pensiero vola alle giornate di luglio a Genova, all’assassinio di Carlo Giuliani, lui non conosce la vicenda del controG8, ma mestamente mi dice che loro di Carlo Giuliani purtroppo ne hanno quasi uno al mese.

Ma poi c’è l’impressionante parallelismo cronologico del movimento dei sem-terra e il movimento dei centri sociali: nasce intorno al 1984, dopo anni di crescita silenziosa e capillare in varie zone del Brasile, proprio come in Italia, esplode anche a livello di visibilità mediatica dopo l’occupazione della Fazenda Giacometti nel 1996, esattamente come avveniva quasi contemporaneamente in Italia con lo sgombero e la rioccupazione del centro sociale Leoncavallo.

Ma qui non si tratta dell’occupazione dei 6.000 metri quadri nei capannoni dell’ex stamperia di via Watteau, in questo caso parliamo di 80.000 ettari di terra , parliamo di diecimila contadini che si incamminano nel pieno della notte per trenta chilometri per occupare quelle terre, tanto fertili quanto incolte.

"30 chilometri a piedi, ognuno di noi con tutti i suoi averi sulle spalle" mi racconta Marcelo e ride del mio stupore, "per 30 chilometri?", continua a ridere e mi racconta "che nel 1997 in 2000 siamo partiti in corteo dal Rio Grande do Sul per arrivare a Brasila quattro mesi dopo. 1500 chilometri, tanto per intenderci".

Qui il paragone non regge e non solo per i chilometri di lunghezza ma per la determinazione della loro lotta, per la posta in gioco che non è altro che la stessa sopravvivenza, la dignità umana.

Forse avrei fatto meglio a parlare di Lacedonia piuttosto che dei centri sociali, ma Marcelo è interessato alle nostre vicende metropolitane e occidentali almeno quanto lo sono io rispetto al suo movimento rurale.

Ma giunti al villaggio ci perdiamo dietro l’estenuante rito delle presentazioni, volti e strette di mano fugaci, un sorriso che cerchi di memorizzare, di riportarti a casa, ma sono tanti, tantissimi, troppi.

Marcelo invece ormai mi è un volto familiare, che cerco con lo sguardo in questa piazza festante del villaggio.

Finalmente lo vedo, mi viene incontro.

"Vedi, la vita del nostro villaggio è esattamente come la vita nel tuo centro sociale. Anche qui portiamo avanti con ostinazione il tentativo di sperimentare forme di autorganizzazione e di autogestione degli spazi e dei tempi della propria quotidianità, della propria vita. Qui ognuno ha la sua terra, ognuno ha la sua casa, ma tutto il resto è comune, collettivo, condiviso. Omnia comunia sunt". Tutto è di tutti.

"Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni" Marx teorizzava questo postulato all’incirca un secolo e mezzo fa, qui invece lo costruiscono giorno dopo giorno.

Il Brasile di Lula, le terre occupate dei Sem Terra, il bilancio partecipativo di Porto Alegre è anche e soprattutto questo: non più e non solo l’attesa messianica di un mondo migliore, la speranza eterna di "un altro mondo possibile", ma la costruzione di questo altro mondo possibile qui e ora, a partire dalla concretezza della propria quotidianità, del proprio vivere, del proprio sorridere e gioire.

E questo vale tanto per i latifondi occupati del sud del Brasile quanto per le periferie e le favelas di Porto Alegre. E, aggiungerebbe il vecchio Marcelo, per i centri sociali in Italia.

In questi luoghi dimenticati e abbandonati dalla furia divoratrice e fagocitante del neoliberismo si sperimenta il possibile incrocio virtuoso tra meccanismi innovativi di democrazia radicale e costruzione concreta di alternativa sociale.

Non si tratta del socialismo in un solo paese, né la comune liberata, ma processi costituenti di autogoverno dal basso del territorio. In alternativa a questo c’è solo la barbarie.

E la barbarie qui ha tanti nomi, uno di questi è Morra da crus, estrema periferia nord di Porto Alegre, un lago di lamiere, fango e baracche.

Se Marcelo era il mio angelo custode nei meandri del paradiso dei sem terra, Paulito invece è il Caronte che mi traghetta nel bel mezzo di quest’inferno di miseria e disperazione sociale.

E’ un ragazzo sveglio, avrà al massimo 14 anni ma lui non l’ammette perché sogna, e sicuramente lo è, molto più grande della sua età anagrafica.

Da ormai 10 anni deve badare a sé e al suo fratellino, di tre anni più piccolo, il padre non l’ha mai conosciuto, mentre la madre è malata cronica, a 45 anni, con 10 parti alle spalle, da quelle parti è già molto che sia ancora viva.

Paulito gira per l’accampamento della joventude "Carlo Giuliani", tutti i giorni, mattina e sera: qui hanno piantato le tende i giovani partecipanti al Forum Sociale Mondiale, una distesa immensa di tende, tendine e tendoni che ospitano quest’anno quasi trentamila attivisti provenienti da tutta l’America Latina e dagli altri angoli del mondo. Di italiani siamo al massimo una ventina, immersi in questa babele infinita ed interrotta di vita e passione che va avanti dalle 6 del mattino fino alle sei del mattino seguente, sempre e comunque, 24 ore su 24, musica, festa, assemblee, concerti, cortei interni, balli, assembramenti sediziosi, accoppiamenti amorosi e nuove alleanze trans-nazionali.

Se il Forum Sociale Mondiale ufficiale, quello che si svolge nel Campus e al quale si sono iscritte oltre centomila persone quest’anno, è una vera e propria fornace di dibattiti, conferenze e convegni, l’accampamento è una fornace umana, con quel calore umano tipico dei paesi latinoamericani che sconvolge ma al tempo stesso appassiona anche le freddi genti dell’emisfero settentrionale.

E alla fine nell’accampamento non riesci più a distinguere uno svedese da un cubano, ma nemmeno una bottiglia di rum da una di vodka che in continuazione, i vicini di tenda, non smettono di passarti.

Qualcuno ha il coraggio di definire questa moltitudine, questa generazione in movimento, No-global? Ci sono rappresentanti di tutti i 5 continenti, giovani di oltre 65 nazioni, neri, bianchi, gialli, a palline, a puah. Più global di così, non c’è che andare su Marte.

E in questo fiume di passioni, Paulito ha trovato l’attività più redditizia della sua vita. Invece di raccogliere con un carretto stracci e cartoni, distribuisce in quantità industriale un prodotto tipico locale molto ricercato nell’accampamento: la marijuana.

Lo seguo con lo sguardo nei suoi movimenti, arriva tutte le mattine con la sua busta della spesa, si piazza al centro della piazzetta dell’accampamento, ha un fare molto professionale e adulto malgrado l’età adolescenziale: del resto lui, come tanti altri suoi coetanei di Morra da crus, non sono mai stati, bambini, fanciulli, adolescenti, ma piccoli adulti.

Per fare amicizia con Paulito ci si mette veramente poco, basta una lattina di aranciata, un sorriso smaliziato e la promessa di riaccompagnarlo a sera a casa con il taxi, sarà stesso lui che mi verrà a cercare.

Il taxi si arrampica sulla collina, il tassametro inizia ormai a viaggiare a due cifre, le strade del centro sono ormai un ameno ricordo di circa 10 dollari fa, qui le strade sono piene di buche e a tratti nemmeno asfaltate, non passa una macchina, solo gente a piedi che risalgono la collina camminando ai bordi di quella che ormai è un lusso chiamarla strada.

Paulito fa segno di fermarsi, siamo ad un incrocio, si sono molte baracche di legno ammassate a ridosso strada, baracche fatiscenti e decrepite, come fatiscente e decrepito è il paesaggio circostante, con quell’odore nauseante delle fogne a cielo aperto che ti soffoca i polmoni.

"ma tu abiti qui?", "Magari! – mi sorride malinconico - questa è una zona lussuosa di Morra da crus, io vivo dall’altra parte della collina, nelle favelas di Morito, sono dieci minuti a piedi".

Nella mia ignoranza gli chiedo perché non andiamo lì con il taxi, Pulito si rivolge al tassista, poche parole e si mettono a ridere come dei pazzi. "Non ci sono strade che portano a Morito e poi, se pure ci fossero, nessun tassista avrebbe il coraggio di accompagnarti".

"Mi vuoi accompagnare a piedi?" inizia un'altra volta a ridere "credi che tu te ne possa andare in giro da solo per queste strade, ma dove credi di essere? Dopo il tramonto c’è il coprifuoco".

Sono le stesse, identiche parole che mi rivolse Valerio quando lo incontrai nel suo quartiere, a Secondigliano, mentre giravo per i casermoni della 167 per somministrare dei questionari ai residenti per una ricerca sul disagio sociale a Napoli.

Basta guardarsi intorno per convincersi della saggezza delle parole di Paulito.

"Se vuoi, domani mattina vienimi a prendere e ci facciamo un giro nelle favelas. Ci vediamo alle 10 lì", mi indica una baracca con una insegna decrepita, BAR, scritta con la vernice bianca su una tavola di legno, due vecchietti seduti lì fuori con una birra in mano a scrutarci in lontananza.

Il giorno seguente sono, con una precisione svizzera, davanti al bar alle dieci del mattino, il tassista mi ha scrutato dalla testa ai piedi quando gli ho detto la mia destinazione.

Gli occhi puntati addosso, sono decine gli occhi che mi puntano, entro in questo bar a dir poco spoglio, desolato, povero, ci sono solo due lattine dal marchio indecifrabile e tre bottiglie di birra esposte dietro un bancone fatto con assi di legno recuperate chissà dove.

"Una cervegia"! e indico alla bambina dietro il bancone le bottiglie esposte. Delle urla indecifrabili vengono dall’uscio del bar, e Paulito con altri due amichetti anch’essi bambini-adulti.

"Andiamo, andiamo", mi tirano ridendo, ho capito che sono una sorta di giocattolo nelle loro mani, corrono divertiti per le strade fangose, risaliamo la collina e riscendiamo sull’altro versante.

Ma mano che camminiamo, il paesaggio diventa sempre più degradato: le baracche non sono più di mattoni, ma di lamiere, alcuni topi scodinzolano senza troppi problemi per la strada, finalmente ci fermiamo. La baracca è un po’ più grande di quelle circostanti, degli assi di legno delimitano un improbabile giardino adiacente alla baracca con due bambini seduti su alcuni bidoni, Paulito mi spinge dentro: lo spettacolo è allucinante, ci sono quasi trenta bambini stipati in questi pochi metri quadri, giocano, schiamazzano, si accapigliano tra di loro, poi appena varco la porta mi guardano attoniti e stupiti, della serie "e questo chi è?". Da dietro il nugolo di bambini si fa avanti una signora anziana, grossa e imponente come imponente e la sua voce che azzittisce gli ultimi brusii della "casa".

Paulito, in dialetto stretto scambia alcune battute con la signora, il suo sguardo si irrigidisce, continuo a non capire, mi spiega Paulito con la forza delle sue braccia che dobbiamo uscire di qui, accenno un saluto alla signora e un sorriso e una carezza alla bimba che si era frapposta tra noi e l’ingresso, poi appena fuori dal quel buco, chiedo a Paulito spiegazioni.

"Volevi visitare le favelas? Quello è il nostro orfanotrofio, quei bambini sono tutti "ninos de rua", bambini abbandonati al loro destino da genitori morti, scomparsi o scappati chissà dove.

"La signora si era irrigidita perchè credeva che tu eri uno di quegli occidentali che ogni tanto finiscono qui sopra per cercare di comprare un bambino, lei ha una mazza da scopa con cui accoglie i suoi acquirenti, non ha una lira ma non accetterà mai quei soldi, malgrado questo "servizio sociale autogestito" lo porta avanti gratuitamente solo con l’appoggio della comunità che gli fornisce il minimo per sopravvivere e far sopravvivere i bambini".

Poi cinicamente aggiunge "A quattro anni, ma a volte anche a tre, i bambini lasciano la casa della signora Maria, per un destino quasi sempre già segnato".

Ne incontriamo due, ormai anziani, hanno all’incirca nove-dieci anni e sono fermi a uno dei tanti incroci di questo labirinto di sentieri fangosi che girano attorno e dentro questo groviglio di baracche fatte di legno e lamiere.

Paulito gli urla qualcosa a squarciagola, ma loro restano immobili, impassibili, con lo sguardo perso nel vuoto. "Erano miei amici, ma ora sono heulepega". Heulepega, sniffatori di colla. Non sorridono, non piangono, non giocano, restano immobili tutto il giorno su quel muretto, intontiti, vegetali.

Continuiamo a camminare in quest’inferno fino a quando non arriviamo all’oasi di umanità che spicca nel bel mezzo di questo mare di miseria e disperazione: è un edificio fatto di cemento e mattoni, in altri luoghi sarebbe un tugurio, qui spicca come una reggia. E’ la sede del comitato di quartiere, anche se chiamare quartiere questa bidonville è già di per sé una forzatura.

Carlos è alla porta, ci accoglie con un sorriso e un’allegria rara da queste parti.

E’ un fiume in piena di energia ed è difficile inseguire il suo vorticoso parlare.

Ci racconta di questa collina maledetta, dove da dieci anni trovano casa gli ultimi fra gli ultimi, chi viene dalle campagne in cerca di fortuna in città, ma anche i tanti emarginati e espulsi dalla ricchezza fugace della metropoli.

La collina maledetta ha due volti, il versante nord, quello che non si affaccia sulla città, a prima vista può sembrare un luogo degradato e squallido: ma se hai avuto modo di vedere l’altro versante della collina, quella stessa zona degradata e squallida ai tuoi occhi apparirà come un quartiere ordinato e luccicante.

"Come comitato di lotta di quartiere, da anni stiamo cercando di svuotare la bidonville e dare un volto umano a questo quartiere".

Juan è il vecchio seduto sulla sedia davanti all’ingresso, sembrava appisolato, ma ascoltava in silenzio le parole di Carlos: "giovani illusi, la vostra è la fatica di Sisifo, un lavoro che non finirà mai, perché ogni qualvolta quelle baracche si liberano e le famiglie si trasferiscono su questo versante, ci saranno sempre nuovi diseredati più diseredati dei vecchi diseredati pronti a prendere il loro posto. Così come nessuno è mai riuscito a svuotare l’oceano con un bicchiere, allo stesso modo nessuno riuscirà a sconfiggere la fame e la miseria in Brasile".

E’ laconico e lapidario, come laconica e lapidaria è la risposta di Carlos: "Nessuno se non noi stessi".

Al pessimismo cosmico delle vecchie generazioni, è subentrato fortunatamente l’energia e la passione dei tanti Carlos che pullulano nel comitato di quartiere.

"In tre anni abbiamo trasformato una favelas illegale e inesistente per le istituzioni, in un quartiere dignitoso, abbiamo ora un sistema fognario, abbiamo portato la corrente elettrica e l’acqua corrente, costruito strutture sociali, formative e ricreative per i giovani, consultori per le donne, centri sociali per gli anziani".

Il suo sorriso raggiante è un sigillo di garanzia sulla convinzione e la pregevolezza delle sue idee.

Carlos è un delegato di quartiere, uno dei tanti ingranaggi di questo meccanismo strano e avvincente di democrazia che qui a Porto Alegre stanno sperimentando ormai da quasi venti anni: il bilancio partecipativo.

Tra due giorni dovrà presentare all’assemblea di quartiere i risultati del lavoro del consiglio dei delegati, che anche quest’anno ha deciso di destinare finanziamenti consistenti per quella collina maledetta.

"Al principio come assemblee di quartiere avevamo voce in capitolo solo sull’11% del bilancio comunale, oggi oltre un quarto del bilancio viene deciso attraverso le assemblee alle quali partecipano in tutta la città oltre tremila persone. E’ un percorso difficile, lento, laborioso, ma una volta abbattuto il muro della passività e dell’indifferenza diventa un meccanismo che si autoalimenta e si autogoverna da solo, la sua benzina è la passione civile e l’attivismo sociale, al volante non c’è nessun altro che la metropoli stessa, con i suoi abitanti, i suoi problemi, le sue speranze".

Non esiste nessun regolamento attuativo, nessun marchingegno burocratico nel quale soffocare la vitalità e le trasformazioni che avvengono naturalmente nel corso del tempo, anche se oramai il calendario dei lavori è ben strutturato.

"Da marzo ad aprile, avviene la presentazione dei bilanci e delle realizzazioni dell'anno precedente in assemblee plenarie, il rinnovamento dei criteri interni del Bilancio Partecipativo e l'elezione da parte dei cittadini dei delegati che compongono i vari consigli, tra cui il principale, il Consiglio di Bilancio.

Dopo una fase intermedia di discussione a tema nei singoli quartieri a maggio vi è il secondo turno di assemblee plenarie di quartiere, per la discussione e la scelta delle priorità e l'esposizione di problemi e suggerimenti circa le politiche di settore.

Infine, tra agosto e settembre il Consiglio di Bilancio e l'Amministrazione comunale elaborano in parallelo e compatibilizzano la Proposta di bilancio in base alle richieste della cittadinanza attraverso un processo di perfezionamento per gradi discusso e partecipato".

"Ora è tutto più semplice, la corruzione e il clientelismo che imperversavano fino al decennio scorso, tendono a scomparire e ad essere sostituiti dalla partecipazione e la decisionalità popolare, ma non bisogna mai dimenticare che queste conquiste sociali non sono il regalo di qualche amministratore illuminato, ma il frutto della lotta e del sacrificio dei nostri tanti fratelli schedati, incarcerati, perseguitati e anche uccisi semplicemente perché portavano avanti le loro idee di democrazia e giustizia sociale.

Carlos sembra incupirsi quando rivolge lo sguardo al passato, alza la maglietta per far vedere i segni delle torture che la polizia politica gli ha rifilato quando aveva appena sedici anni e occupò uno stabile abbandonato con il Comitato Popolare per la Casa.

Altri tempi, oggi Porto Alegre è un laboratorio permanente di democrazia, dove in migliaia ci siamo ritrovati per discutere come costruire un altro mondo possibile. Non è il paradiso in terra, né il socialismo in una sola metropoli, ma comunque qui si costruiscono sperimentazioni importanti dal punto di vista politico e sociale, passi concreti in avanti, qui e ora, contro la barbarie del neoliberismo.

"La felicità non è un porto sicuro; è un modo di navigare", è un proverbio molto diffuso qui a Porto Alegre, ma è anche la filosofia di vita di Carlos e degli attivisti dei movimenti brasiliani.

Le parole e gli affascinanti racconti di Carlos, i suoi sogni, le sue speranze, tendono ad assottigliare fino a far scomparire i 12.000 chilometri che dividono le nostre vite: Morra da crus si chiama anche Secondigliano, il nome di Carlos è anche Vittorio, 25 anni di lotta per la vivibilità del quartiere e la dignità di chi l’abita.

L’inferno non è una favelas ma qualcosa di forse ancora più inquietante.

167: può sembrare solo un numero da giocare, una volta scomposto, su qualche ruota del lotto e le vele non possono far pensare altro che alla libertà, al mare e al vento.

Ma dalle Vele della 167 di secondigliano non si intravede il mare, il vento e nemmeno la libertà.

Sono enormi casermoni di quindici piani, con una bella vista sul carcere, ma le sbarre sono anche più vicine, sono alle finestre delle case, intorno ai balconi che sono delle vere e proprie gabbie, anche quelli dei piani più alti, per far fronte ai continui furti.

Quest’inferno aprì le porte la notte del 25 novembre 1980, due giorni dopo il terremoto in Irpinia, quando migliaia di sfollati si riversarono su questi casermoni ancora da completare ed assegnare.

C’erano solo le pareti, nient’altro: non c’erano le finestre, i servizi igienici, l’acqua, l’elettricità, ma malgrado questo in quasi diecimila persone restarono lì, dapprima ci si organizzò con gli allacci abusivi ai pali dell’enel, le file interminabili all’unica fontanella, poi iniziò la lunga, interminabile battaglia per la legalizzazione delle occupazioni, per la vivibilità e i servizi.

Il comitato di lotta delle vele da oltre 20 anni va avanti, prima i servizi minimi fondamentali, poi la questione anche della dignità, del superamento di quelle topie chiamate eufemisticamente vele.

Cortei, sit-in, blocchi stradali, nessuno ha mai regalato niente agli abitanti delle vele, ma tutto quello che hanno avuto l’hanno conquistato con la lotta.

Il quartiere era ed è sempre stato un luogo centrale dell’imprenditoria criminale, fiumi di eroina attraversano questo tessuto sociale degradato e centinaia, migliaia di giovani sono annegati per disperazione nei suoi vortici alla ricerca di una via di fuga dalla miseria della 167, da una disoccupazione giovanile attorno al 70%, dal più alto tasso di abbandoni scolastici d’Italia, dalla mancanza di spazi verdi, sportivi, sociali e culturali. Dalla mancanza di spazi di vita.

Il clan Licciardi costruì proprio a partire da quest’inferno il suo potere sempre più incontrastato all’interno della camorra, costituendo "L’alleanza di Secondigliano" che non è un cartello elettorale, ma l’insieme dei clan camorristici vincenti che ancora oggi tengono in mano il predominio indiscusso in tutta la Campania.

Non è facile vivere a Morra da crus, così come non è facile vivere a Secondigliano.

Qui la scalata sociale è lunga 15 rampe di scale e anche qualcuna in più. Sono quelle che partono dagli scantinati e dalle cantine delle Vele, dove vivono insieme a topi grandi quanto gatti, famiglie per le quali un raggio di sole è un lusso, una finestra solo un miraggio. Sono gli scantinatisti, l’ultimo anello della catena sociale, i diseredati più diseredati.

Qualcuno ogni tanto riesce ad abbandonare, a fuggire da quest’inferno e allora ecco che i meccanismi assurdi di mobilità sociale investono l’intero stabile, qualcuno riesce a risalire qualche piano, a respirare un po’ d’aria e vedere finanche il sole, ma sempre però attraverso le sbarre.

Con il passare del tempo arrivi anche ai piani alti, ma poi la vecchiaia ti costringe a tornare giù nell’inferno, quindici piani a piedi ogni volta che vuoi uscire dalla tua cella, dal tuo appartamento, sono troppi. E quindi ritorni giù negli scantinati bui, ad aspettare che la morte ti porti via da quell’inferno.

Per lo stato in questo quartiere ci sono ufficialmente quarantamila abitanti, ma realisticamente sono oltre settantamila: 70.000 persone senza un asilo, una palestra, un centro sociale, solo da qualche anno è sbucato qualche negozio che non sia la bancarella del contrabbando.

Eppure Vittorio e il comitato di lotta non hanno mai abbandonato la lotta, non si sono mai lasciati abbattere dallo sconforto e dalla rassegnazione: passo dopo passo hanno compiuto lo stesso lavoro di Carlos, ma in questo caso tra l’indifferenza, se non l’ostracismo, delle istituzioni.

Se si vuole parlare di democrazia partecipativa, se si vuole sperimentare strategie dinamiche di bilancio partecipativo non c’è base migliore di partenza. Altroché le grigie stanze del Comune di Napoli, dove qualche assessore si fregia di una presunta delega al bilancio partecipativo che è puro formalismo, inutile maquillage dietro al quale nascondere l’ incapacità delle istituzione di cedere verso il basso quote di decisionalità pubblica.

Qualcosa si è mosso: dopo venti anni gli enti locali si sono posti il problema di trovare una soluzione definitiva per le Vele: l’hanno fatto piazzando 145 chili di tritolo per abbattere alcune vele, peccato però che dopo sei anni da quelle esplosioni ancora non sono stati consegnati nemmeno un decimo degli alloggi sostitutivi promessi.

Come Carlos lavora da anni per svuotare le favelas del versante nord della collina maledetta, così Vittorio continua a sognare e rivendicare l’abbattimento dei mostri di Secondigliano, unico modo per impedire l’eterna rioccupazione, sempre più precaria, sempre più degradata e degradante.

Potrebbe sembrare impossibile il loro lavoro, come diceva il vecchio Juan è come svuotare l’oceano con un bicchiere. Ma non è cosi. Non lo è perché non è la lotta di Carlos e Vittorio ma è la lotta di Morra da crus e Secondigliano. E’ la lotta per il riconoscimento dei diritti universali di cittadinanza. E’ la lotta per la dignità che non conosce confini e frontiere. E’ la lotta per raggiungere la facilità, una felicità che non è un porto sicuro, ma un modo di navigare.



 
Links Correlati
· Inoltre zapatismo e internazionalismo
· News by francesco


Articolo più letto relativo a zapatismo e internazionalismo:
E' vero, io sovvenziono il terrorismo


Article Rating
Average Score: 4.5
Voti: 2


Please take a second and vote for this article:

Excellent
Very Good
Good
Regular
Bad


Opzioni

 Pagina Stampabile Pagina Stampabile


Associated Topics

zapatismo e internazionalismo

Spiacente, non sono disponibili i commenti per questo articolo.
Il materiale qui presente non è coperto da nessuna forma di copyright e potete farne tutto quello che cavolo vi fare.